UN TOUR IN TUNISIA IN 4 PUNTATE …..
(per mondointasca.org 2015 … nella foto di copertina, Chott El Jerid

Tè nel deserto....

Tè nel deserto….

Nel ricordare Paesi e posti del mondo sufficientemente noti (perché studiati abbastanza approfonditamente a scuola o in occasione di viaggi di lunga durata o alta frequenza) ciascuno di noi possiede sensazioni immediate di poco conto che però cedono successivamente il passo a ricordi e considerazioni più meditate.

A me accade con la Tunisia, che non ho conosciuto soltanto “turisticamente” ma ho avuto modo di vivere a un livello più approfondito, in tre differenti momenti della mia esistenza consumata dalla voglia fottuta di “girare il mondo”. Ma meglio fare un po’ d’ordine. Dapprima, non ancora viaggiatore, conobbi la Tunisia a scuola, per colpa delle (troppe, ben tre e pure incasinate) Guerre Puniche, note non tanto per le gesta di Annibale (primo leghista della storia del Belpaese, e che paga, a Canne, inferse a Roma Ladrona) quanto per la celeberrima vicenda di Catone. Parlo di Catone “il Censore” (e me racumandi, mai confonderlo con l’altro Catone, l’Uticense), quello, il Censore, che depositò nel bel mezzo del senato di Roma l’arcinoto cesto di fichi raccolti a Cartagine … ma non proseguo per non tediare il cortese lettore, essendo tutti ben al corrente che il sullodato oratore speculò sulla provenienza di quei frutti (in effetti, sembra, appena maturi) dopodichè, dimostrata la scarsa distanza tra il Caput Mundi e Cartagine passò a stramaledire l’odiata potenza creata dai Fenici concludendo che sarebbe stato saggio spezzarle le reni.
Un odio (nemmeno quelli dell’Inter con la Juve) che alla fine delle ostilità (264 – 146 a.c. vabbè con un paio di pause) non solo non si limitò al solo annichilimento di quella che si può definire “l’antenata di Tunisi” (distruzione pervicacemente invocata da Catone mediante l’arcinoto “delenda!” da distruggere). Accadde infatti che Roma, non paga di aver accontentato il perentorio Carthago Kaputt proclamato dal citato oratore, pensò bene di cospargere sulle rovine di Cartagine chissà quali diavolerie affinchè mai più vi spuntasse un filo d’erba (dovevano passare molti secoli prima che Roma venisse imitata per tanto decisa politica, e si fa riferimento ai defolianti cosparsi dagli americani durante la guerra nel Vietnam -).
E sempre a scuola, a proposito della Tunisia, imparai (nelle aule un po’ di sciovinismo non guasta mai) che la Francia la fottette all’Italia (trattato del Bardo, 1881) alla faccia dei tanti contadini siciliani ivi emigrati (ma non ha nemmeno torto Frej Fekih, addetto stampa del turismo tunisino a Milano, quando mi commenta che nel litigio su chi doveva occupare la Tunisia – Francia o Italia – i veri fregati furono gli occupati, nel senso dei tunisini …).
Promosso a scuola (ma quanta confusione tra il Censore e il suo discendente, l’Uticense) e provvisoriamente dimenticata la Tunisia (salvo ricordare, se andavo al cinema, che la Cardinale era nata a Tunisi, e, sui campi da tennis, che il grande Nicola Pietrangeli poteva vantare identici natali) riallacciai un rapporto con questa terra africana dirimpettaia della Sicilia quando divenni tour operator (nessuno è perfetto) vendente crociere nel Mare Nostrum (lo disse il duce, ma forse sbagliava, visto che i posti chiave per controllarlo, Gibilterra, Malta e Suez, erano proprietà dei British, quelli dei 5 pasti al giorno). E siccome molte volte i gruppi da me contrattati non si fidavano della compagnia di navigazione da me rappresentata e tanto meno di me e della mia bottega, eccomi a Tunisi non tanto in funzione di accompagnatore quanto di ostaggio. Un’incombenza (quella di tour leader) peraltro piacevole perché – voglioso giovine alla ricerca di amori e altre piacevolezze – a bordo della nave (al secolo, il “Caribia”) me la spassavo alla grande e durante lo scalo tunisino andavo alla ricerca di ristoranti previa temporanea cessione dei crocieristi alle guide locali (che – tra transfer in bus dal porto di La Goulette e tè alla menta offerto per introdurre lo shopping di tappeti – abbrutivano la parte culturale del sightseeing tour a non più di 40 massimo 50 minuti, ma questa, direbbe Kipling, è un’altra storia). E a Tunisi imparai a degustare il piccione farcito alle olive (eccellente quello al ristorante M’rabet) e non solo a mangiare (mica facile, devi addentare una sorta di fragile ventaglio composto da pastella fritta e al centro il ripieno, da cui il rischio di sbrodolarti) bensì pure a cucinare il Brik, sia nella versione più semplice, à l’oeuf, all’uovo, sia in quella più complicata, il Brik au thon, al tonno.
Ed ecco, infine, il terzo tempo del mio rapporto con la Tunisia. Quello goduto da scrivano, alla ricerca di posti nuovi da vedere e descrivere. Cominciai con Hammamet, che posto nuovo ormai non era più, anzi, c’era un continuo viavai di charter di politico-turisti col garofano volanti a riverire l’autoesiliato Bettino. Puntai pertanto più a sud ed ebbi l’enorme piacere di ammirare e contestualmente innamorarmi del Colosseo di El Djem (mi si creda, sarà anche più minuscolo ma vale quello di Roma). Dopodichè, nella mia ricerca del “nuovo” in questo mio ‘terzo tempo’ del rapporto con la Tunisia, non mi accontentai di una visita della dolce Djerba (interessante la presenza ebraica sull’isola) ma, già che c’ero, proseguii in auto fino in Libia. E prima di arrivare al confine ammiravo i non pochi camion finiti fuori strada per colpa delle ciucche degli autisti libici. Ma come? E perché? Elementare Watson: in Libia l’alcol era proibito eppertanto, appena entrati in una Tunisia che da poco piangeva Bourghiba, grande Padre della Patria che “europeizzò” il suo Paese (lasciandogli pure bere quel che voleva) gli autisti sudditi di Gheddafi pensavano bene di precipitarsi a comprare (e scolarsi ipso facto) una bella bottiglia di (tremendamente inciuccante) grappa di fichi (il lettore che va in Tunisia la provi, colpisce …).
Meno drammatica si rivelò, invece, una ulteriore, successiva gita tunisina nel deserto, nel sudovest del Paese (dalle parti in cui fu girato “Guerre Stellari”).
E infine eccomi arruolato dal sullodato Frej Fekih affinchè in nome e per conto del baldo Mondointasca narrassi quanto visto nella gita a Tunisi, di lì alle Oasi e ritorno, con soste a Kairouan (città santa) e a El Kantaoui (posto, invece, chic per turisti smart).
La narrazione nelle prossime puntate.
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TUNISIA IN 4 PUNTATE…. 2a puntata TOUR IN AUTO, DA TUNISI ALLE OASI

Mura di Tozeur

Mura di Tozeur

Sempre disperando delle conoscenze storiche e geografiche dell’italiano–medio (ma negli Usa sembra sia ancora peggio) eppertanto non potendo escludere che qualcuno dei miei aficionados lettori possegga qualche lacuna, nella prima, precedente puntata, mi sono forse eccessivamente dilungato nel narrare le vicende storiche della Tunisia prima di raccontare la gita per scrivani di viaggi arruolati dall’ufficio del Turismo di Milano.
Ma la storia, si usa dire, è maestra di vita, ancorchè nutra qualche dubbio sull’uso da parte dell’umanità delle esperienze maturate, appunto le vicende storiche (quante volte si fa una guerra per evitare che in futuro “ce ne siano altre”, eppertanto sarà l’ultima ….). Ma se è per questo l’uomo si comporta stranamente anche nelle sue vicende spicciole: se l’esperienza, ad esempio, servisse davvero a qualcosa, una volta preso un raffreddore non dovremmo più prenderne per tutto il resto della nostra esistenza ….
Sarò pure stato prolisso, ma è però anche vero che (come peraltro ovvio e comune a tutte le genti del Mediterraneo) la storia tunisina è riccamente lardellata di vicende (mica solo le ben tre Guerre Puniche) di modo che per spaziare da Catone “il Censore” a Bourghiba m’è toccato sciupare un po’ di tempo e di righe. E dire, poi, che avevo risparmiato al lettore la guerra navale per Tunisi (1535) tra Carlo V (primo monarca absburgico di Spagna, forse non eccessivamente modesto, vedi il todos caballeros, agli algheresi, e la storiella del sole che sul suo impero non tramontava mai) e Kaireddin, ammiraglio nonchè corsaro ottomano (p.f. mai confondere i corsari con i pirati: i secondi rubavano, accoppavano e stupravano “in proprio” mentre i primi soddisfacevano identici passatempi ma – almeno nominalmente – sotto una bandiera, sai che differenza).
Se poi il lettore oltre che di storia è affamato di “mangiari” (basta con la parola gastronomia usata da cuochi d’assalto che se la tirano per spellare pover crist uscenti a cena), nella già citata prima puntata avevo espresso molto entusiasmo per un semplice piatto che (cous cous a parte, che poi è un mangiare esteso a tutto il mondo arabo) più tunisino non si può, il Brik (à l’oeuf e/o au thon), saporito, croccante, colorito, gustoso. E non disperi, il goloso lettore, per gustare il Brik non occorre volare fino a Tunisi, ancorchè a Frej Fekih farebbe professionalmente piacere. Mi informa infatti l’addetto stampa del Turismo tunisino a Milano (ma ormai, sommati i tanti anni di residenza Frej è più meneghino del protettore Sant’Ambrogio che a Milano visse pochino) che il Brik è gustabile anche in alcuni ristoranti tunisini della capitale lombarda. Sempre a proposito di piaceri palatali, ancorchè non di cucina elaborata, non posso tacere sulla, neoscoperta, squisitezza dei datteri, laddove, beninteso, non mi riferisco a quei frutti stopposi che deglutiamo al termine delle cene natalizie bensì a quelli ammanniti nel sud tunisino, vicino alle oasi. E lì, contrariamente a quanto stoltamente credevo, ho capito che per rendere buono il dattero non basta tirarlo giù dalla palma e impacchettarlo: occorre pure procedere a una pulizia e trattamento abbastanza complicati (dopodiché sarebbe anche il caso di mangiare datteri non infilarli nel cellophane , chi può li acquisti sfusi).
Ah, già, la gita in Tunisia – ed entro in cronaca diretta – che (commento sul volo Malpensa – Tunisi – meno di un’ora e mezza, forse qualche minuto meno che a Palermo – con il già citato Fekih) accade poco tempo dopo le due vicende terroristiche sofferte dal Paese. La prima, nella capitale, all’interno museo del Bardo, e a Sousse, su una spiaggia, per colpire sia il turismo culturale sia quello balneare. E quando si affrontano questi tragici argomenti (soprattutto nei Paesi che di turismo vivono e campano), come si può reagire, cosa può dire, scrivere, commentare, suggerire chi vive, conosce e opera nel mondo del turismo? Mah. Non saprei davvero rispondere, forse una vera e propria strategia (di comunicazione nei confronti del mercato che scappa) non esiste. Chissà, commenterei, la miglior soluzione potrebbe consistere nel ricorrere alla “costante tempo – silenzio” e penso a quel che disse quel baloss (ma geniale) di Andy Warhol (“Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà”). E mi spiego chiedendomi se (in questi frastornati chapliniani Tempi Moderni) invece di strombazzanti campagne di stampa (la gallina che canta etc etc) con rassicurazioni, garanzie di sicurezza e tranquillità non sia il caso di stare schisci per un po’ di tempo e aspettare (se non per quel quarto d’ora warholiano, quantomeno per tempi non lunghi, ormai esclusi dal cynariano logorio della vita moderna). Solo dopo, passato qualche mese, sarebbe il caso di … fare la … rèclame ….
Oltretutto (ma che tragedia parlare, lamentare ‘ste vicende) le recenti vicende politiche internazionali insegnano che la cadenza nel fare danno al Turismo mediante il terrorismo è ormai – ahinoi – frequente e dispersa nei continenti. Oggi a me… domani a te …
Per reagire a queste crisi del turismo generate dal terrorismo non resterebbe quindi che aspettar che passi il tempo? Forse ….
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TUNISIA IN 4 PUNTATE ….. 3a puntata: TUNISI E IL MUSEO DEL BARDO

Tunisi, museo del Bardo

Tunisi, museo del Bardo

Nel descrivere la mia gita tunisina (ma mica solo a Tunisi, anzi, fino alle montagnose oasi all’estremo sudovest del Paese, poco più in là l’Algeria) ho già ecceduto – e mi scuso con l’aficionado lettore – nei preamboli (quelli che negli articoli d’antan veniva – a mio modo di vedere, ridicolmente – chiamato ‘cappello’).
Passo quindi alla cronaca diretta del famtrip voluto dal Turismo Tunisino e guidato dal già lodato Frej Fekih, addetto – ahilui – alle paturnie professionali degli scrivani di viaggi & turismo. Un compito che comunque Frej risolve mirabilmente imperocchè è ormai più meneghìn che tunisìn (tant’è che conosce da sempre el mè amìs rumagnòl, Gino Valdegrani mitico, e già spiego che si parla della preistoria del turismo milanese, tour operator specialista, beninteso e guarda caso, della Tunisia, nonché grande trombone, nel senso che alternava viaggi a Tunisi a serate jazz in cui si esibiva con quel curioso strumento il cui tubo d’ottone si tira avanti e indietro, sbuffando – ciao Gino! –).

Giunti a Tunisi (volo, meno di un’ora e mezzo, come a Palermo, eppoi i siculi si incazzano se li chiamiamo arabi, e beninteso senza spregio: si indovini chi inventò la matematica e le scienze mentre l’’Europa languiva nei secoli bui) si va a dormire al Regency Tunis Hotel. Che proprio downtown (dicono gli yankees per dire centrale) non è, anzi, basta leggere l’’indirizzo (La Marsa, in arabo il porto, Les Cotes de Carthage) per afferrare che si è abbastanza lontanucci dalla a me cara Medina, sul mare, stante il porto. E l’hotel non è nemmeno lontano da quella balossa di Cartagine che a noi milanesi avrebbe fatto un gran favore facendo fuori Roma Ladrona (e comunque i miei amici Punici combatterono ben tre guerre durate più di un secolo prima di soccombere agli attuali ammiratori di Totti). Belle passeggiate su una lunga spiaggia, spaziosa piscina, un giardino generoso quanto a flora e sentieri, financo un adiacente night club per eventuali peccati notturni, e last but not least un ristorante tunisino – ve n’era pure un paio d’altri, più da sciur – in cui degustare il da me amato Brik (au thon, viande ou crevettes, va bene comunque) mi hanno (almeno provvisoriamente) invitato a ricredermi sui miei entusiasmi per gli alberghi downtown.
Oltretutto, complice un veloce raccordo stradale e un traffico umano, dall’hotel ospitante al Museo del Bardo il transfer non è poi risultato così lungo né logorante. A ciò aggiungo che visitando questo profanato (nel nome della religione, decidere a colpi di Khalasnikov quale è più doc, robb de matt) non meno che meraviglioso museo Bardo dimenticherei anche una notte trascorsa su un cammello. Perché solo un fanatico, sicuro che Allah c’è mentre San Giuseppe, o Budda, invece no, non apre la bocca intenerito ammirando mosaici a dir poco favolosi. Il Bardo, uno di quei posti del mondo che lo scrivente (ahilui vecchio di più di mezzo secolo di gite per mare e per terra, compiute in proteiformi versioni, globetrotter, facitore di viaggi, narratore) è abituato a catalogare con uno slogan forse banale ma fors’anche convincente: “Vale il viaggio”.
Dopodichè (visitato il Bardo) mi comunicherà il cortese lettore se si è più entusiasmato – e mi riferisco solo ai miei amati mosaici, poi c’è pure un altro fracco di meravigliose statue e statuette, stele, vasellame, scuture – a Ulisse e le Sirene, oppure a Virgilio e le Muse, oppure al Trionfo di Nettuno (eppoi c’è Dioniso che castiga i pirati nel mar Tirreno … e ammirando El Mosaico del Señor Julio apprendo dalla guida in spagnolo che trattasi di uno de los tesores del museo del Bardo.
Meglio però porre fine a tanti entusiasmi (ma mi si lasci almeno lodare la Sala della Musica con tribunette per principesse e musici, e il Salone delle Feste, o di Sousse) sennò, pago di eccessive sia pur modeste descrizioni l’aficionado lettore mica va più a Tunisi (da cui lo scorno per Fekih, in senso più lato per il Turismo Tunisino e il mio timore di essere segato da future gite programmanti soste vis-à-vis ai miei amati mosaici). Amati perché quest’arte sopraffina altrove non ha uguali (e le opere sono state tanto ben conservate – leggo sulla guida – grazie al clima favorevole e al rispetto degli abitanti) eppoi narra le vicende di un mare, il mai troppo lodato Mediterraneo, che oso definire la primaria e splendida culla, sede di culture del mondo (e perdono quelli che vanno a fare il bagno ai Caraibi: vadano, sì, a conoscere natura e genti, ma un tuffo nelle cristalline acque della costa tra Egitto e Libia – e faccio pure il nome: Aguiba Beach – posso garantirlo, “vale il viaggio” … e ridai…).
Dovrei narrare anche il resto del soggiorno a Tunisi, quel che ho visto negli intervalli degli Ozi (e le eventuali trasgressioni, l’ho detto, c’era pure il Night) al lussuoso Regency. Eppertanto non nascondo di essere stato a Cartagine: delenda, da distruggere, tuonò quel balosso del Catone, vabbè, ma a spianarla a zero, tanto accuratamente (si visitano infatti i resti della Carthago imperiale, nulla essendo rimasto della nemica sconfitta delle Guerre Puniche) non ci sarebbero riuscite manco le recenti Giunte comunali dell’odierna Roma.
Un bel giro nella Medina, ça va sans dire, è stato compiuto, e con il neomico Fekih mi sono complimentato per l’estrema tipicità di un rione storico – tutto come un tempo – contestuale però a ordine, sicurezza e pulizia (larvata polemica con certi angoli di nostrane capitali di regione campane? faccia il cortese lettore).
Sempre nella Medina, al ristorante Belhadj, non si è mangiato Cous Cous e tantomeno (ancorchè nel menu) Brik, perché la cucina tunisina è gustosa non meno che variè (e quanto all’olio forse da queste parti c’è modo di capire cos’è l’extravergine, e mi sono spiegato ….). Ma dopo Tunisi? Alla prossima puntata ….
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TUNISIA IN 4 PUNTATE …. 4a puntata: DA TOZEUR A EL KANTAOUI A TUNIISI ….

Kairouan

Kairouan

Si conclude la gita tunisina, dalla capitale all’esotica Tozeur, via Kairouan, Città Santa e El Kantaoui, il più sciccoso resort balneare della costa mediterranea africana.

Ultimata la mia ennesima visita a Tunisi (anticamente ho persino venduto crociere nel Mediterraneo con scalo a La Goulette) si parte in minibus per una gita nelle più importanti località turistiche della Tunisia guidati da Frej Fekih (pensa lui agli scrivani turistici nel nome e per conto dell’ufficio del Turismo in quel di Milano). Vado pertanto a Kairouan, Tozeur e El Kantaoui, posti assai differenti che pertanto permettono una conoscenza globale e multiforme della Tunisia. Che sarebbe poi il Paese africano certamente più ‘europeo’ tra quelli mediterranei del cosiddetto Continente Nero. Si pensi al non trascurabile dettaglio storico delle (già menzionate nelle precedenti puntate) Guerre Puniche, la più che secolare vicenda che più intrigò la Roma Caput Mundi e – dopo la sua risoluzione – diede il via al suo dominio sull’Europa.
Un’escursione automobilistica, quella comandata da Fekih, lunga poco meno di 1000 kilometri, per la precisione 452 da Tunisi a Tozeur (via Kairouan, 155 da Tunisi), 336 a El Kantaoui (che poi sarebbe la appendice deluxe di Sousse/Susa, terza città della Tunisia nonchè importante polo turistico) e infine 140 nella tratta finale del ritorno alla capitale. E informo inoltre che lungo quest’ultimo percorso, l’italico viaggiatore (se aficionado alla storia contemporanea del Belpaese, non parliamo poi se politicamente legato ai garofani rossi) potrebbe anche essere tentato da una visita alla arcinota Hammamet, ospitante l’esilio di Bettino Craxi.
Ma (non senza accennare a Monastir, a un tiro di schioppo da Sousse, non perché patria di Fekih, bensì trattandosi di storica località con magnifica Ribat, fortezza, e intrigante Kasbah), molliamo la politica italiana, e anche quella tunisina. Mi riferisco ai recenti attentati- tremendo quello al Bardo – che hanno messo in ginocchio il Turismo nel Paese (ma, già detto, l’affanno dei tempi moderni aiuta ormai a dimenticare in fretta e, guarda caso, scrivo mentre le vicende terroristiche di Parigi hanno reso Bruxelles una città deserta, morta … c’est la vie … d’oggidì….).
A metà strada tra il Mediterraneo e le montagne della Dorsale tunisina, Kairouan, Città Santa, nell’800, in seguito alla conquista araba faceva parte del Califfato degli Abbassidi e deve la sua storia, quindi l’attuale fama (e la merita tutta) alla dinastia degli Aglabiti che ne fecero la capitale della provincia di Ifriqiya,che poi vuol dire Africa. E per capire i livelli di splendore a cui giunse – in quei secoli bui per l’Europa – la cultura araba (peraltro ne esiste identica documentazione nella dirimpettaia Sicilia) a Kairouan basta visitare la grande Moschea e soprattutto (a modesto avviso dello scrivente) i grandi serbatoi d’acqua costruiti nella periferia della Città Santa. Il principale bacino, circolare (diametro 128 metri!) fu tanto esemplare e valida opera di ingegneria da suscitare l’ammirazione dei sapienti dell’Europa medioevale (e se si parla di acqua, irrigazione quindi agricoltura, si pensi al Levante della Spagna, anch’esso reso giardino dagli arabi di Al Andalus).
Aglabiti a parte, per il turista shopping – dipendente, Kairouan è oltretutto un bengodi in cui scatenarsi alla ricerca di bei lavori dell’artigianato locale, mentre per il viaggiatore che cerca cultura è comodo punto di partenza per ammirare intriganti quanto poco noti siti archeologici dell’antica Roma (e, ma absit iniuria verbis, forse meglio preservati e mostrati di alcuni monumenti del Belpaese …). Merita molta attenzione Sbeitla (l’opuscolo – guida di Kairouan precisa che c’è pure un campidoglio), che bello l’Arco di Traiano a Makhtar, per non parlare (ebbene sì, lo confesso, e quel balosso del Fekih non m’ha portato a vederlo, ma l’ho perdonato, il tempo fu tiranno, chissà che si riscatti ivi invitandomi a breve) del mio Grande Amore (eppertanto ne sono gelosissimo, ben lieto che sia assai poco conosciuto): il Colosseo di El Jem! Un monumento, che è un gioiello, e neanche “nel suo piccolo”, dato che, quanto a dimensioni, tra i Colossei è inferiore solo a quelli di Roma e di Capua. Ma, soprattutto, com’è bellamente preservato e presentato (per non parlare della – termine assai di moda eppertanto lo uso anch’io – della placida location in cui ammirarlo)!
Meno storia, religione, archeologia e vestigia storiche nella tappa finale della gita. A Tozeur. Ormai mèta di un turismo estremamente variegato, Tozeur è tuttora visitata dall’esotico viaggiatore attirato ed esaltato dalla letteratura ottocentesca, le carovane dei cammelli, le stellate notti desertiche. Ma non manca un turismo voglioso di relax e (da un’Europa ormai ammorbata da polveri sottili o quant’altro mefitico) alla ricerca “dell’aria pura” (e meno umida, non volano forse i reumatizzati pensionati canadesi fino alla ‘secca’ Arizona?). E Tozeur è così diventata una grossa mèta turistica, con escursioni che il turista apprezza appunto per gli esotici panorami (mica per niente da queste parti si è girato “Guerre Stellari” e il set è meta di escursioni). Eppoi, confessiamolo, che goduria in quelle Palmeraies dispensanti saporiti datteri (mica quelli secchi e duri che mangiamo alla fine dei pranzi natalizi, e che buono l’aceto che vi si estrae) e altre delizie palatali nascenti dall’agricoltura delle oasi (qui l’irrigazione è naturale, ancorchè ben regolata da umane mani). E tra le gite in partenza da Tozeur bella quella ‘montagnosa’ che si arrampica fino a Chebika (oasi tra i monti eppoi una valle con generoso fiume che la percorre).
Ma la più bella, anzi la più impattante delle visioni nella zona resta per certo quella del Chott el Jerid, esteso (7000 kmq) lago salato in cui madre natura s’è divertita a creare quanti più scherzi (in primis quelli ottici) un viaggiatore possa, e voglia, godere.